Non si può comprendere a pieno l’economia globale se non si tiene conto della Cina. Per il ruolo che essa svolge, per il peso che è destinata ad avere in futuro. La Cina cresce, si moltiplica non solo demograficamente. Il suo sviluppo economico, dal 2004 ad oggi, ha mantenuto livelli stratosferici: in questi cinque anni, in media, il PIL è cresciuto intorno all’8%. Il superamento dell’egualitarismo sbandierato da Mao ha consentito alla Cina un’apertura verso un’economia di mercato, basata principalmente sulle esportazioni, e questo sistema ha determinato il ruolo di superpotenza economica che oggi la Cina detiene. Proprio il gigante d’oriente, nell’ultima bufera finanziaria, ha rappresentato un salvagente per l’intera economia mondiale, eludendo la possibilità di un tracollo finanziario.
Nel gioco degli interscambi commerciali quasi tutti, in vario modo, hanno beneficiato del boom economico cinese. La Germania, ad esempio, in questi ultimi anni, si è garantita il primato nelle esportazioni proprio perché ha “sfondato” nel campo delle tecnologie avanzate sul mercato cinese. Oppure l’America, che si è vista finanziare il debito pubblico per circa 800 mldi di dollari proprio dalla Cina, riuscendo così a superare i gravi squilibri di un mercato interno poco affidabile, costretta però a rivedere l’assetto geopolitico mondiale. E l’Italia? È riuscito il bel paese a sfruttare le possibilità del mercato mandarino? Da un rapporto del Comitato governativo Italia-Cina viene fuori che “l’ampliamento del mercato cinese ha messo a fuoco i nodi del sistema produttivo e organizzativo del nostro paese”. L’Italia è in affanno, rispetto ad alcuni paesi europei, nel rincorrere il ghepardo cinese. Di qui la necessità, si legge nel rapporto, di una strategia articolata e multidisciplinare, da sviluppare a livello di “sistema-paese”, attraverso un effettivo raccordo e coordinamento tra Governo, grandi imprese, PMI, banche, assicurazioni, informazione e il mondo della ricerca e dell’università.
Il gap è generato da una risposta inadeguata dell’Italia alle sfide poste dalla crescita del paese asiatico. Le cause vanno ricercate nello scarso insediamento produttivo e nelle ridotte dimensioni delle nostre PMI, nei pochi collegamenti aerei, nel fatto che la struttura produttiva italiana, tra i paesi industrializzati, è la più vicina a quella dei PVS.
Se, dunque, gli altri paesi europei possono beneficiare di grandi commesse nel settore della tecnologia avanzata o di investimenti industriali in loco (multinazionali), l’Italia, dove prevale un capitalismo di imprese medie e piccole, presenta in riguardo grosse difficoltà. Il Comitato governativo Italia-Cina suggerisce di promuovere una progressiva aggregazione delle PMI italiane perché le loro dimensioni non consentono di competere su mercati lontani come quello cinese.
Il made in Italy va promosso con una sinergia tra soggetti. Prima di tutto, le nostre istituzioni potrebbero agire con maggiore efficacia nel sostenere gli imprenditori italiani nell’esplorazione delle opportunità del mercato cinese. Il sistema bancario italiano dovrebbe rafforzare la sua presenza sul territorio cinese e sostenere quei settori di eccellenza riconosciuti dagli stessi asiatici: dal design alla moda, dagli oggetti di lusso al restauro artistico-architettonico. Ma le politiche italiane di protezionismo degli ultimi anni hanno mirato in tutt’altra direzione. Per un lungo periodo non si sono percepite le potenzialità di un accordo, ritenendo piuttosto di poter risolvere, a colpi di dazi, l’avanzata cinese. Per fortuna, in un mercato come quello asiatico, non è mai troppo tardi. E allora, è giusto sostenere la partecipazione italiana nei settori della tecnologia avanzata in Cina oppure promuovere adeguatamente l’offerta turistica italiana in modo da far conoscere i prodotti italiani, attraverso i flussi turistici. Si può considerare l’istruzione come un investimento, garantendo un maggiore interscambio culturale tra studenti cinesi e università italiane. Sono necessarie sia la presenza italiana in Cina che quella cinese in Italia. La cooperazione, attraverso forme e approcci adeguati, con le comunità cinesi in Italia è fondamentale.
Al di là delle sue contraddizioni, la Cina, terza potenza mondiale, rimane una grande opportunità per l’Italia. Speriamo che l’industria italiana se ne accorga non troppo tardi.