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LA POLITICA DISTRATTA. NOSTALGIA DEL FUTURO

9 febbraio 2010

Leggendo i giornali, mi convinco sempre di più che l’Italia va nella direzione opposta alla via della salvezza. I tristi dibattiti che riempiono le prime pagine dei giornali, che risuonano in diverse trasmissioni tv mi hanno spinto a riflettere su una serie di questioni.Quali sono oggi i problemi nel nostro paese?

“Prima di tutto” la Giustizia. Al di là della diatriba politica, una riforma dell’apparato giudiziario sembra essere ormai indispensabile. È sacrosanto che un imputato conosca l’inizio e la fine del suo processo. Ma io mi chiedo: che c’azzecca il “legittimo impedimento”? Qual è la sua necessità se non quella di salvare un’unica persona o chi gli sta intorno? Sarà pur vero che alla fine del suo mandato il premier dovrà presentarsi nelle aule dei tribunali, ma perché questo non avviene nelle altre democrazie occidentali? In alcuni paesi, nonostante ci sia uno scudo giudiziario per le alte cariche dello stato, i politici, se coinvolti in qualche processo, preferiscono dimettersi piuttosto che mettere a rischio l’immagine del proprio paese. È mai successo questo in Italia?

Altro problema: la crisi economica e la terribile disoccupazione. Il ministro dell’economia ci tiene a precisare che l’Italia ha subito di meno, rispetto agli altri paesi europei, la mannaia della crisi. In parte è vero, e questo è dovuto soprattutto alle pessime prestazioni di governi come quello spagnolo o greco. Ma come si spiega quell’infinito buco nero che è il debito pubblico vicino al 130% del Pil? Chi spiega a quelle migliaia di disoccupati che il sole sta sorgendo di nuovo? Che la crisi è finita? Per loro che hanno appena perso il posto di lavoro “la crisi è appena cominciata”.

Andiamo avanti. L’immigrazione è certamente un problema sul quale la politica italiana (insieme all’UE) dovrà confrontarsi seriamente, abbandonando le logiche demagogiche che infilano i problemi sotto il tappeto. Se pensiamo che solo il 10% degli immigrati arrivava con le “carrette” del mare (gli unici ad avere, probabilmente, la necessità di chiedere asilo politico, venendo da paesi in guerra) e che la maggior parte arriva in Italia con un semplice visto turistico, per poi rimanerci da clandestino, ci si può vantare di aver risolto il problema? Non mi pare. Piuttosto che inquadrare l’immigrazione come un problema di ordine pubblico, non sarebbe meglio considerarlo una risorsa, costruendo un apposito ministero che controlli i flussi e li gestisca in funzione delle necessità?

Tutte queste domande, che spero  molti condividano, troveranno mai una risposta?

Io propongo di guardare al futuro, che in Italia sembra essere più un “presente esteso”, infinito. Data la velocità con la quale si evolve la nostra società, indirizzare le riforme al presente significa farle per il passato. Il futuro è innovazione: diffondiamo a livello nazionale una rete di fibra ottica indispensabile già tra qualche anno. Il futuro è ambiente: investiamo su energia ricavata da fonti rinnovabili (via dal nucleare!). Il futuro è istruzione: offriamo maggiori risorse alla scuola e soprattutto all’università in modo da sostenere la ricerca italiana, indispensabile per lo sviluppo del paese. Tutto questo è necessario. È in gioco la nostra competitività in un mondo sempre più all’avanguardia. O pensiamo forse di essere stati graziati dal Signore e che a noi è riservato l’”eterno bengodi”?

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PUO INTERNET VINCERE UN NOBEL?

19 gennaio 2010

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Da qualche settimana si legge su diverse riviste della proposta di conferire ad Intenet il premio Nobel per la Pace nel 2010. Si ritiene che intenet, grazie alle sue potenzialità (diffusione rapida di informazioni, comunicazione diffusa), può dare forza al processo di pace nel mondo. Da questa prospettiva, la proposta può sembrare interessante e convincere che, in effetti, internet sta avendo un ruolo fondamentale in quei paesi (Iran) in cui vi sono dittature che non lasciano spazio alle opposizioni. L’idea di creare un network su cui chiunque può mostrare il suo contributo al processo di pace è un esempio delle potenzialità di internet.

Ma se si vuole assegnare il prestigioso premio alla rete bisogna essere realisti. Bisogna ricordare tutto ciò che accade in rete, tutti i lati oscuri e negativi che un sistema come questo porta con sè. Basti pensare alla pedopornografia, alle possibilità che internet ha offerto al terrorismo di espandersi, alla disinformazione che circola ovunque. Tutti questi aspetti contrastano con l’idea “felice” di un sistema utile al miglioramento delle condizioni dell’uomo. A mio avviso, sarebbe meglio concetrare l’attenzione su quelle personalità che donano la loro vita per portare  l’amore dove regna l’odio, la pace dove c’è la guerra.

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QUANDO FACEBOOK DIVENTA PERICOLOSO

18 dicembre 2009

Dopo la violenza al Presidente del Consiglio Berlusconi a Milano, su facebook migliaia di persone hanno esaltato il gesto del mitomane Tartaglia, autore della violenza.

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LA FORZA DELL’UNIONE

15 dicembre 2009

TRATTATO DI LISBONA ED EURO, PIETRE ANGOLARI DEL SISTEMA EUROPEO

L’ex campo di battaglia, in cui per secoli si sono fronteggiati stati arroccati su ideali nazionalistici, è oggi una comunità unita. L’Europa di oggi è l’immagine di un mondo pacifico. Bandita la guerra, l’Europa nasce come simbolo di una riappacificazione alla fine di devastanti conflitti.

Sono 27 le stelle che brillano sullo sfondo blu della bandiera europea. Dal 1991 (trattato di Maastricht) ad oggi, 27 stati hanno ceduto una porzione della propria sovranità per far fronte alle sfide del nuovo millennio. La costruzione dell’apparato UE parte dalla CECA e arriva fino al Trattato Costituzionale, passando per l’unione monetaria (UEM). Tutte tappe indispensabili per consolidare la sinergia tra gli Stati e per garantire compattezza all’apparato. L’Unione fa la forza, è vero. Soprattutto quando si compete con superpotenze come America o Cina. Cartina di tornasole dell’indispensabilità dell’UE è stata l’ultima recessione mondiale. Durante la fase più buia della crisi, l’euro ha retto alla tempesta finanziaria. Secondo Otmar Issing (primo chief economist nella BCE) “la crisi dei mutui è stata limitata nella UEM perché grazie all’euro non ha potuto danneggiare i mercati valutari, a differenza di quel che accadde nel 92-93, quando saltò il sistema degli accordi europei di cambio”(SME). Stati come l’Italia o la Grecia, senza le stampelle dell’Unione europea, sarebbero crollate su se stesse. Certamente la mannaia della crisi ha colpito tutti i paesi dell’Unione ed oggi, nonostante una lenta ripresa, si pagano ancora le conseguenze. Con due spauracchi da brivido: la crescente disoccupazione, che nel 2009 ha toccato il picco massimo degli ultimi dieci anni con il 9,5%, e il debito pubblico alle stelle, visti gli ingenti piani d’aiuto statali. A fronte delle difficoltà imposte dalla contingenza, Bruxelles ha prorogato, per alcuni paesi, il rientro del deficit. Se l’Italia, con un deficit al -5,3% previsto per il 2010, dovrà scendere sotto la soglia del 3% entro il 2012, paesi come Francia, Spagna o Inghilterra, che navigano in alto mare, dovranno rientrare entro il 2013-2014.

Se l’UEM ha rappresentato una tappa decisiva dal punto di vista economico, altrettanto è stato il trattato di Lisbona per la politica. Pietra angolare del sistema politico europeo, il trattato di Lisbona, approvato nel novembre 2009, ha sbloccato quel processo di riforme necessarie per uscire dal pantano in cui l’Europa si era fermata. Tra le novità: la carica di Presidente del Consiglio europeo durerà in carica 2 anni e mezzo, rinnovabili una volta, e non sarà più né di sei mesi nè a turno tra i primi ministri degli stati membri. Inoltre, l’accordo di Lisbona introduce una nuova carica, quella di Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, fondamentale per garantire compattezza in politica estera. Ma la svolta decisiva sta nell’aver abbandonato la politica del veto, che imponeva l’unanimità per qualsiasi decisione, a favore di una maggioranza qualificata. In pratica, per tutte le delibere, questo meccanismo tiene conto non solo della maggioranza degli Stati membri, ma anche di quella della popolazione europea.

I ritardi degli investimenti in nuove tecnologie, nella ricerca, nell’innovazione fanno si che oggi l’Europa soffri di improduttività. A fare il palo con tali disfunzioni è il fatto che i cittadini europei lavorano in minor numero e per minor tempo rispetto, per esempio, alla popolazione americana. Solo il 40% degli over-55 è occupato in Europa, rispetto al 60% Usa e al 62% del Giappone. Questo nodo è ormai improcrastinabile, va affrontato con urgenza. Nonostante ciò, con 485 milioni di abitanti, il blocco europeo è la prima potenza commerciale e la prima potenza finanziaria (70% dei flussi di capitale globale). L’Unione è prima della classe anche nel contrastare il crescente rischio dell’effetto serra. La politica del 20-20-20 ne è la prova: gli Stati membri, entro il 2020, dovranno impegnarsi a tagliare del 20% le emissioni di gas serra, a garantire il 20% in più di efficienza energetica e a  ricavare il 20% del totale dell’energia da fonti rinnovabili.

L’Europa unita guarda al futuro con la consapevolezza che oggi un rinnovamento è inevitabile. È in gioco il futuro di un’intera comunità.

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L’IMPORTANZA DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

11 dicembre 2009

A tutti appare evidente la multietnicità che ormai caratterizza il nostro paese. Tutti noi intravediamo la moltiplicazione di colori e di linguaggi che trasforma le nostre città. Frutto di un processo d’immigrazione, la pluralità di popoli presenti sul territorio italiano è un dato di fatto. Con 4,5 mlni di immigrati regolarizzati, circa il 7,2% della popolazione totale, l’Italia si piazza al terzo posto tra i paesi europei col più elevato tasso d’immigrazione, preceduta solo da Spagna e Germania. Senza tener conto di quella parte invisibile di popolazione clandestina che vive senza diritti né aspettative, trascinata nel baratro della criminalità, talvolta per sopperire a bisogni primari, come la fame.

Un’analisi che focalizzi l’attenzione sui paesi dai quali derivano i flussi può aiutare a comprendere il problema. Dalla Romania, Albania e Marocco arriva la percentuale più elevata di immigrati, ma tante sono le comunità presenti sul nostro territorio: da cinesi a ucraini, da polacchi a filippini. Rimane poi quel 10% che arriva, attraverso il canale di Sicilia, dalle zone più disastrate dell’Africa, da paesi falcidiati da guerre interminabili. In che misura il governo italiano cerca di contenere tale fenomeno? In Italia, le politiche del governo Berlusconi, guidate dalla Lega, inquadrano l’immigrazione nel contesto della normativa sulla sicurezza, etichettando l’immigrato come criminale. Ma l’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico; è in primis un fatto culturale e sociale che va affrontato con politiche adeguate. Ma l’imperizia del governo non spinge certo verso l’integrazione.  L’8 Agosto 2009 entra in vigore, inserito nel ddl sulla sicurezza, il reato di clandestinità che prevede, per gli stranieri presenti illegalmente in Italia, una multa da 5 a 10mila euro, l’espulsione e il carcere fino a 4 anni per chi torna nel nostro paese clandestinamente. Il 30 Agosto 2009 il governo italiano stipula un accordo con la Libia del colonnello Gheddafi: l’Italia si impegna a risarcire circa 5 mldi di dollari in 25 anni e a finanziare la costruzione di un’autostrada su  tutta la costa libica. Il tutto per riparare ai danni del periodo coloniale italiano dal 1911 al 1943. Bloccare i migrantes che partono dalla costa libica è il compito di Gheddafi. Inizia la politica dei respingimenti: gli immigrati, dopo aver speso una fortuna per il viaggio e messo a repentaglio la propria vita, si vedono rinchiusi nelle carceri libiche in condizioni disperate, sottoposti a maltrattamenti. E difatti, le iniziative del governo vengono silurate sia dall’UE che dall’ONU. Esse si rivelano una vera débacle, poiché diffondono sentimenti razziali nel paese, ma non risolvono la questione in maniera adeguata. La “linea dura” adottata dal ministro dell’Interno Maroni non è che pura demagogia. La maggior parte degli immigrati arriva in Italia non con viaggi di fortuna, ma con un semplice visto turistico o d’altro genere, trova lavoro e aspetta l’immancabile sanatoria che ogni due-tre anni consente di regolarizzarsi. Alzare le dighe contro i flussi serve a ben poco, soprattutto se si tiene conto che gli immigrati contribuiscono con il 9,5% del PIL alla nostra economia. Una quota decisamente indispensabile.

Interprete di una linea più “morbida” si è fatto il presidente della Camera Fini che per favorire l’integrazione propone di concedere il voto amministrativo agli immigrati regolari e velocizzare il processo di cittadinanza per quella seconda generazione d’immigrati che è nata in Italia e che ha svolto un adeguato ciclo di studi. Ma nel nostro paese circa il 40% della popolazione sostiene le politiche razziste della Lega, proprio perché percepisce lo “straniero” come nemico, come pericolo per la propria sicurezza. Certo l’integrazione è un fenomeno bilaterale e prevede che anche l’altra comunità eviti di creare intorno a sé un alone di sospetto (vedi ROM o musulmani). Ma quando la “diversità” viene interpretata come sinonimo di pericolosità, si blocca quel processo d’integrazione tra culture differenti che, se realizzato, trasformerebbe l’immigrazione da “problema” in risorsa. Il sistema politico di un paese ha il dovere di guidare tale processo e ha il compito di evitare quei conflitti interculturali e interreligiosi che consentono la radicalizzazione di forze xenofobe e fondamentaliste che interpretano l’alterità come valore negativo e destabilizzante.

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LA CINA VISTA DALL’ITALIA

11 dicembre 2009

 

Non si può comprendere a pieno l’economia globale se non si tiene conto della Cina. Per il ruolo che essa svolge, per il peso che è destinata ad avere in futuro. La Cina cresce, si moltiplica non solo demograficamente. Il suo sviluppo economico, dal 2004 ad oggi, ha mantenuto livelli stratosferici: in questi cinque anni, in media, il PIL è cresciuto intorno all’8%. Il superamento dell’egualitarismo sbandierato da Mao ha consentito alla Cina un’apertura verso un’economia di mercato, basata principalmente sulle esportazioni, e questo sistema ha determinato il ruolo di superpotenza economica che oggi la Cina detiene. Proprio il gigante d’oriente, nell’ultima bufera finanziaria, ha rappresentato un salvagente per l’intera economia mondiale, eludendo la possibilità di un tracollo finanziario.

Nel gioco degli interscambi commerciali quasi tutti, in vario modo, hanno beneficiato del boom economico cinese. La Germania, ad esempio, in questi ultimi anni, si è garantita il primato nelle esportazioni proprio perché ha “sfondato” nel campo delle tecnologie avanzate sul mercato cinese. Oppure l’America, che si è vista finanziare il debito pubblico per circa 800 mldi di dollari proprio dalla Cina, riuscendo così a superare i gravi squilibri di un mercato interno poco affidabile, costretta però a rivedere l’assetto geopolitico mondiale. E l’Italia? È riuscito il bel paese a sfruttare le possibilità del mercato mandarino? Da un rapporto del Comitato governativo Italia-Cina viene fuori che “l’ampliamento del mercato cinese ha messo a fuoco i nodi del sistema produttivo e organizzativo del nostro paese”. L’Italia è in affanno, rispetto ad alcuni paesi europei, nel rincorrere il ghepardo cinese. Di qui la necessità, si legge nel rapporto, di una strategia articolata e multidisciplinare, da sviluppare a livello di “sistema-paese”, attraverso un effettivo raccordo e coordinamento tra Governo, grandi imprese, PMI, banche, assicurazioni, informazione e il mondo della ricerca e dell’università.

Il gap è generato da una risposta inadeguata dell’Italia alle sfide poste dalla crescita del paese asiatico. Le cause vanno ricercate nello scarso insediamento produttivo e nelle ridotte dimensioni delle nostre PMI, nei pochi collegamenti aerei, nel fatto che la struttura produttiva italiana, tra i paesi industrializzati, è la più vicina a quella dei PVS.

Se, dunque, gli altri paesi europei possono beneficiare di grandi commesse nel settore della tecnologia avanzata o di investimenti industriali in loco (multinazionali), l’Italia, dove prevale un capitalismo di imprese medie e piccole, presenta in riguardo grosse difficoltà. Il Comitato governativo Italia-Cina suggerisce di promuovere una progressiva aggregazione delle PMI italiane perché le loro dimensioni non consentono di competere su mercati lontani come quello cinese.

Il made in Italy va promosso con una sinergia tra soggetti. Prima di tutto, le  nostre istituzioni potrebbero agire con maggiore efficacia nel sostenere gli imprenditori italiani nell’esplorazione delle opportunità del mercato cinese. Il sistema bancario italiano dovrebbe rafforzare la sua presenza sul territorio cinese e sostenere quei settori di eccellenza riconosciuti dagli stessi asiatici: dal design alla moda, dagli oggetti di lusso al restauro artistico-architettonico. Ma le politiche italiane di protezionismo degli ultimi anni hanno mirato in tutt’altra direzione. Per un lungo periodo non si sono percepite le potenzialità di un accordo, ritenendo piuttosto di poter risolvere, a colpi di dazi, l’avanzata cinese. Per fortuna, in un mercato come quello asiatico, non è mai troppo tardi. E allora, è giusto sostenere la partecipazione italiana nei settori della tecnologia avanzata in Cina oppure promuovere adeguatamente l’offerta turistica italiana in modo da far conoscere i prodotti italiani, attraverso i flussi turistici. Si può considerare l’istruzione come un investimento, garantendo un maggiore interscambio culturale tra studenti cinesi e università italiane. Sono necessarie sia la presenza italiana in Cina che quella cinese in Italia. La cooperazione, attraverso forme e approcci adeguati, con le comunità cinesi in Italia è fondamentale.

Al di là delle sue contraddizioni, la Cina, terza potenza mondiale, rimane una grande opportunità per l’Italia. Speriamo che l’industria italiana se ne accorga non troppo tardi.

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LE DINAMICHE ECONOMICHE DEL POTERE CAMORRISTICO

24 novembre 2009

L’INCHIESTA DI “GOMORRA” SULL’IMPRENDITORIALITÀ DEI CLAN

 “La saggezza del potere possiede una pazienza che spesso gli imprenditori non hanno”. Tratta da Gomorra, libro-inchiesta di Roberto Saviano, questa frase è il simbolo dell’intera opera. Il potere di cui parla lo scrittore è quello camorristico. La descrizione delle capacità imprenditoriali del “sistema” malavitoso napoletano è il filo rosso che attraversa l’intero libro. La camorra “ignorante” si è trasformata in un “sistema” capace di controllare grosse fette di mercato. “Le nuove generazioni di boss frequentano le università, si laureano, vanno all’estero e soprattutto sono impegnati nello studio dei meccanismi di investimento”.  È vero che il merito di Saviano sta nell’aver mostrato a tutti una realtà che pochi conoscevano. Ma prima di tutto lo scrittore napoletano ha voluto mettere in guardia dal considerare il fenomeno camorristico come fatto puramente locale. La narrazione degli affari dei clan illumina sulla grandezza dell’impero economico della camorra. Dalla Cina alla Colombia, dall’America all’Europa. La camorra è ovunque. La sua fluidità le consente di penetrare la superficie dei mercati e dell’economia. La camorra è il dio degli affari al quale tutti si rivolgono in caso di necessità. Le famiglie camorristiche sono diventate “comitati d’affare” ai quali le imprese si rivolgono per muovere capitali, fondare o chiudere società, investire in immobili; i politici si affidano ai clan per allargare il loro bacino di voti in cambio di profumati favori; le altre organizzazioni mafiose stringono affari col potere camorristico.

Come una grande multinazionale, la camorra ha impiantato in ogni angolo del pianeta le proprie aziende, ha distribuito ovunque i propri prodotti. Questo “sistema” gestisce e alimenta il mercato internazionale della moda italiana. Germania, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Olanda fino all’Australia, Stati Uniti, Sud America: questa è la reale estensione del mercato camorristico. In ognuno di questi paesi la camorra ha impiantato i propri affari, ha distribuito quei capi d’alta moda creati nell’interland napoletano. Il tutto senza regole. E difatti la teoria del liberismo più assoluto si concretizza negli affari dei clan.

Gli investimenti dei capitali ricavati dal mercato della droga sono riutilizzati nel mercato dell’edilizia. Le ditte edili legate ai clan hanno costruito decine di centri commerciali, si sono “infiltrate” nell’alta velocità prima al sud e poi al nord, hanno innalzato palazzi, grattacieli, costruito quartieri, ville, interi villaggi. Il cemento è l’oro della camorra. L’attività economica dei clan non si ferma a queste due sfere del mercato. Raschiare il fondo del barile è l’imperativo camorristico. E allora ecco sorgere società attive nel riciclaggio e nella gestione dei rifiuti che hanno imbottito il sottosuolo campano di “monnezza” tossica, derivata da mezza Italia. Attraverso un meccanismo virtuoso, le scorie della grandi aziende del nord venivano etichettate come semplici rifiuti, garantendo un risparmio di circa l’80%. La Campania è diventata così  la discarica del nord.

 Gli interessi economici si estendono fino al mercato delle armi. La camorra detiene, insieme alla mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita, un business di circa tre miliardi e trecento milioni di euro. “I clan sono stati punti di riferimento per interi eserciti”. In alcune guerre nei Balcani o in Sud America si è combattuto con le armi fornite dalla camorra.

Di Lauro, Licciardi, Giuliano, Schiavone, Bardellino, Iovine, Zagaria: queste poche famiglie detengono capitali che, forse, potrebbero salvare un intero paese. E proprio la ricchezza e il potere sono i premi delle faide tra i clan. È per questi premi che ci si ammazza, e il numero delle vittime della camorra supera quello di un bollettino di guerra.

Saviano ha svelato, attraverso Gomorra, le dinamiche economiche del potere camorristico. Con la sola parola egli ha contribuito all’arresto di un intero clan, i casalesi. Ma quel che più conta è che Saviano ha rinunciato alla sua libertà per renderci la vita migliore. Per questo va elogiato.

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PRIMA PUNTATA NONSOLOSABATONEEEEEEEEWS

14 novembre 2009

ATTENZIONE ALLE MINCHIATEEEEEE

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I MIEI MITI

12 novembre 2009

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PRENDIAMO ESEMPIO INSIEME DA CHI HA LOTTATO E LOTTA CONTRO LE MAFIE PER L’AFFERMAZIONE DI UN MONDO MIGLIORE. A NOI TUTTI TOCCA IL COMPITO DI INFORMARE SU VICENDE CHE QUALCUNO PREFERISCE TENERE NASCOSTE. TUTTI INSIEME POSSIAMO CAMBIARE. CI CREDO.

siani

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IL BUSINESS GLOBALE

9 novembre 2009

POTENZIALITÁ E RISCHI DELLA GLOBALIZZAZIONE

gggIl mondo contemporaneo è caratterizzato da una serie di interconnessioni e interdipendenze che si estendono a tutti i livelli della vita sociale. Ormai il globo è avvolto in un’immensa rete che tiene insieme tutte le parti. Oggi trova la sua massima realizzazione l’idea, percepita già qualche secolo fa, della sfericità della terra. Le distanze spaziali si sono ridotte, il tempo si è compresso, la terra sembra girare più velocemente del solito. Questa è la globalizzazione. Questa estensione alla totalità è una tendenza. È una tendenza economica, culturale e comunicativa ad assumere una dimensione mondiale. Ad essa si associano una serie di fenomeni che hanno determinato a più livelli un energico cambiamento rispetto al passato.

L’abbattimento dei confini geografici, a partire dalla fine del XV secolo, ha consentito l’intensificarsi di scambi commerciali. E proprio in questo fenomeno vanno cercate le basi dello sviluppo del commercio globale. Certo da allora il mondo è cambiato. Le merci viaggiano velocemente, i costi dei trasporti si sono ridotti, ogni parte del mondo è una potenziale piazza commerciale. L’allargamento degli spazi di mercato è certamente un’occasione di sviluppo. Lo stesso Mario Draghi sostiene che “l’accelerazione della crescita dell’economia è una tendenza di lungo periodo dovuta all’apertura del commercio internazionale, all’introduzione dei meccanismi di mercato che hanno sospinto prima il Giappone, poi le tigri asiatiche, infine la Cina e l’India. Centinaia di milioni di persone si sono così sollevate dalla povertà assoluta”. Il PIL mondiale cresce costantemente toccando picchi altissimi, come quello del 2007 arrivato a +8,9%. E alla vastità di un commercio senza frontiere si affianca l’enorme dimensione dei mercati finanziari. Per capire l’importanza del ruolo svolto dal sistema finanziario riportiamo un dato esemplare: la capitalizzazione delle borse mondiali supera l’enorme ricchezza globale. La prima è pari a 61 trilioni di dollari, la seconda si ferma a circa 54 trilioni. Un dato significativo che è forse giustificato dalla inarrestabile attività dei mercati finanziari che operano nel mondo 24 ore su 24. Simbolo di un mercato globale sono le multinazionali: società, industriali o finanziarie, presenti sui mercati stranieri non solo con una rete di distribuzione commerciale, ma anche con aziende produttive proprie. Se ne contano circa 360 nel mondo. Le più grandi in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ma in che modo questi giganti dell’economia conquistano i mercati? Adottando una serie di strategie atte a ridurre i costi e a spazzar via la concorrenza. La competizione globale spinge le multinazionali a spostare le fasi produttive dove è garantita maggiore convenienza, ovvero nei paesi in via di sviluppo dove i salari costano circa l’80% in meno dei paesi ricchi. Questo è il fenomeno della delocalizzazione. Fenomeno che si evolve in una fase successiva: gli appalti e i subappalti. Per evitare contestazioni sulle condizioni di lavoro o sui salari dei lavoratori, queste società comprano direttamente da produttori locali, evitando rischi di sanzioni che potrebbero ledere l’immagine della stessa azienda. La saturazione dei punti vendita è un’altra strategia di conquista dei mercati. Occupare più territorio possibile, attraverso la tecnica dei negozi a grappolo, senza lasciare spazio alla concorrenza. Ma per far centro sui consumatori la strategia vincente è la valorizzazione del marchio. Associare un valore culturale o emozionale ad un prodotto significa trasformarlo in un marchio. Ed “i marchi sono straordinari moltiplicatori di valore”, sostiene Giampaolo Fabris.

Altra spinta significativa alla globalizzazione è data dall’affermazione di un sistema di comunicazione globale. Telegrafo, cavi sottomarini, radio e infine internet hanno sensibilmente ridotto la velocità di scambio di informazioni. Nell’era della comunicazione circa il 16% della popolazione mondiale usa costantemente internet per comunicare o informarsi. Il nord America è al primo posto (68,6%), l’Africa in coda (2,3%) cercherà di sfruttare l’occasione dei Mondiali di calcio 2010 per colmare la sua arretratezza. Nonostante il “digital divide” tenda ad assottigliarsi, il sud del mondo è ancora lontano dal nord. Ma il web rimane comunque una grande opportunità per i paesi emergenti.

Globalizzazione non significa soltanto crescita e sviluppo. La nascita di una finanza globale ha determinato negli ultimi 15 anni una serie di crisi che hanno strozzato le economie mondiali. Da quella del Messico del ‘94 fino a quella dei mutui subprime del 2007. Le grandi multinazionali, pur esportando lavoro, impongono ai loro dipendenti salari di fame. In una delle società più grandi del mondo, l’americana Wall Mart, un salario medio annuo è di 13861 dollari. Ciò significa che milioni di persone vivono in bilico sul filo della povertà. La sperequazione dei redditi negli Stati Uniti, in Europa o in Cina testimoniano che un mercato senza regole e l’avidità imprenditoriale divaricano la forbice tra ricchi e poveri.

La globalizzazione, per di più, ha dato vita ad un processo culturale che spinge alla cancellazione d’identità singolari, uniformando le diverse culture alle tendenze dominanti.

Nella partita della globalizzazione c’è chi vince e c’è chi perde. Per noi che la viviamo è difficile stabilire il peso che essa avrà nella storia. Non ci resta che aspettare.