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LE DINAMICHE ECONOMICHE DEL POTERE CAMORRISTICO

24 Novembre 2009

L’INCHIESTA DI “GOMORRA” SULL’IMPRENDITORIALITÀ DEI CLAN

 “La saggezza del potere possiede una pazienza che spesso gli imprenditori non hanno”. Tratta da Gomorra, libro-inchiesta di Roberto Saviano, questa frase è il simbolo dell’intera opera. Il potere di cui parla lo scrittore è quello camorristico. La descrizione delle capacità imprenditoriali del “sistema” malavitoso napoletano è il filo rosso che attraversa l’intero libro. La camorra “ignorante” si è trasformata in un “sistema” capace di controllare grosse fette di mercato. “Le nuove generazioni di boss frequentano le università, si laureano, vanno all’estero e soprattutto sono impegnati nello studio dei meccanismi di investimento”.  È vero che il merito di Saviano sta nell’aver mostrato a tutti una realtà che pochi conoscevano. Ma prima di tutto lo scrittore napoletano ha voluto mettere in guardia dal considerare il fenomeno camorristico come fatto puramente locale. La narrazione degli affari dei clan illumina sulla grandezza dell’impero economico della camorra. Dalla Cina alla Colombia, dall’America all’Europa. La camorra è ovunque. La sua fluidità le consente di penetrare la superficie dei mercati e dell’economia. La camorra è il dio degli affari al quale tutti si rivolgono in caso di necessità. Le famiglie camorristiche sono diventate “comitati d’affare” ai quali le imprese si rivolgono per muovere capitali, fondare o chiudere società, investire in immobili; i politici si affidano ai clan per allargare il loro bacino di voti in cambio di profumati favori; le altre organizzazioni mafiose stringono affari col potere camorristico.

Come una grande multinazionale, la camorra ha impiantato in ogni angolo del pianeta le proprie aziende, ha distribuito ovunque i propri prodotti. Questo “sistema” gestisce e alimenta il mercato internazionale della moda italiana. Germania, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Olanda fino all’Australia, Stati Uniti, Sud America: questa è la reale estensione del mercato camorristico. In ognuno di questi paesi la camorra ha impiantato i propri affari, ha distribuito quei capi d’alta moda creati nell’interland napoletano. Il tutto senza regole. E difatti la teoria del liberismo più assoluto si concretizza negli affari dei clan.

Gli investimenti dei capitali ricavati dal mercato della droga sono riutilizzati nel mercato dell’edilizia. Le ditte edili legate ai clan hanno costruito decine di centri commerciali, si sono “infiltrate” nell’alta velocità prima al sud e poi al nord, hanno innalzato palazzi, grattacieli, costruito quartieri, ville, interi villaggi. Il cemento è l’oro della camorra. L’attività economica dei clan non si ferma a queste due sfere del mercato. Raschiare il fondo del barile è l’imperativo camorristico. E allora ecco sorgere società attive nel riciclaggio e nella gestione dei rifiuti che hanno imbottito il sottosuolo campano di “monnezza” tossica, derivata da mezza Italia. Attraverso un meccanismo virtuoso, le scorie della grandi aziende del nord venivano etichettate come semplici rifiuti, garantendo un risparmio di circa l’80%. La Campania è diventata così  la discarica del nord.

 Gli interessi economici si estendono fino al mercato delle armi. La camorra detiene, insieme alla mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita, un business di circa tre miliardi e trecento milioni di euro. “I clan sono stati punti di riferimento per interi eserciti”. In alcune guerre nei Balcani o in Sud America si è combattuto con le armi fornite dalla camorra.

Di Lauro, Licciardi, Giuliano, Schiavone, Bardellino, Iovine, Zagaria: queste poche famiglie detengono capitali che, forse, potrebbero salvare un intero paese. E proprio la ricchezza e il potere sono i premi delle faide tra i clan. È per questi premi che ci si ammazza, e il numero delle vittime della camorra supera quello di un bollettino di guerra.

Saviano ha svelato, attraverso Gomorra, le dinamiche economiche del potere camorristico. Con la sola parola egli ha contribuito all’arresto di un intero clan, i casalesi. Ma quel che più conta è che Saviano ha rinunciato alla sua libertà per renderci la vita migliore. Per questo va elogiato.

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PRIMA PUNTATA NONSOLOSABATONEEEEEEEEWS

14 Novembre 2009

ATTENZIONE ALLE MINCHIATEEEEEE

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I MIEI MITI

12 Novembre 2009

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PRENDIAMO ESEMPIO INSIEME DA CHI HA LOTTATO E LOTTA CONTRO LE MAFIE PER L’AFFERMAZIONE DI UN MONDO MIGLIORE. A NOI TUTTI TOCCA IL COMPITO DI INFORMARE SU VICENDE CHE QUALCUNO PREFERISCE TENERE NASCOSTE. TUTTI INSIEME POSSIAMO CAMBIARE. CI CREDO.

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IL BUSINESS GLOBALE

9 Novembre 2009

POTENZIALITÁ E RISCHI DELLA GLOBALIZZAZIONE

gggIl mondo contemporaneo è caratterizzato da una serie di interconnessioni e interdipendenze che si estendono a tutti i livelli della vita sociale. Ormai il globo è avvolto in un’immensa rete che tiene insieme tutte le parti. Oggi trova la sua massima realizzazione l’idea, percepita già qualche secolo fa, della sfericità della terra. Le distanze spaziali si sono ridotte, il tempo si è compresso, la terra sembra girare più velocemente del solito. Questa è la globalizzazione. Questa estensione alla totalità è una tendenza. È una tendenza economica, culturale e comunicativa ad assumere una dimensione mondiale. Ad essa si associano una serie di fenomeni che hanno determinato a più livelli un energico cambiamento rispetto al passato.

L’abbattimento dei confini geografici, a partire dalla fine del XV secolo, ha consentito l’intensificarsi di scambi commerciali. E proprio in questo fenomeno vanno cercate le basi dello sviluppo del commercio globale. Certo da allora il mondo è cambiato. Le merci viaggiano velocemente, i costi dei trasporti si sono ridotti, ogni parte del mondo è una potenziale piazza commerciale. L’allargamento degli spazi di mercato è certamente un’occasione di sviluppo. Lo stesso Mario Draghi sostiene che “l’accelerazione della crescita dell’economia è una tendenza di lungo periodo dovuta all’apertura del commercio internazionale, all’introduzione dei meccanismi di mercato che hanno sospinto prima il Giappone, poi le tigri asiatiche, infine la Cina e l’India. Centinaia di milioni di persone si sono così sollevate dalla povertà assoluta”. Il PIL mondiale cresce costantemente toccando picchi altissimi, come quello del 2007 arrivato a +8,9%. E alla vastità di un commercio senza frontiere si affianca l’enorme dimensione dei mercati finanziari. Per capire l’importanza del ruolo svolto dal sistema finanziario riportiamo un dato esemplare: la capitalizzazione delle borse mondiali supera l’enorme ricchezza globale. La prima è pari a 61 trilioni di dollari, la seconda si ferma a circa 54 trilioni. Un dato significativo che è forse giustificato dalla inarrestabile attività dei mercati finanziari che operano nel mondo 24 ore su 24. Simbolo di un mercato globale sono le multinazionali: società, industriali o finanziarie, presenti sui mercati stranieri non solo con una rete di distribuzione commerciale, ma anche con aziende produttive proprie. Se ne contano circa 360 nel mondo. Le più grandi in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ma in che modo questi giganti dell’economia conquistano i mercati? Adottando una serie di strategie atte a ridurre i costi e a spazzar via la concorrenza. La competizione globale spinge le multinazionali a spostare le fasi produttive dove è garantita maggiore convenienza, ovvero nei paesi in via di sviluppo dove i salari costano circa l’80% in meno dei paesi ricchi. Questo è il fenomeno della delocalizzazione. Fenomeno che si evolve in una fase successiva: gli appalti e i subappalti. Per evitare contestazioni sulle condizioni di lavoro o sui salari dei lavoratori, queste società comprano direttamente da produttori locali, evitando rischi di sanzioni che potrebbero ledere l’immagine della stessa azienda. La saturazione dei punti vendita è un’altra strategia di conquista dei mercati. Occupare più territorio possibile, attraverso la tecnica dei negozi a grappolo, senza lasciare spazio alla concorrenza. Ma per far centro sui consumatori la strategia vincente è la valorizzazione del marchio. Associare un valore culturale o emozionale ad un prodotto significa trasformarlo in un marchio. Ed “i marchi sono straordinari moltiplicatori di valore”, sostiene Giampaolo Fabris.

Altra spinta significativa alla globalizzazione è data dall’affermazione di un sistema di comunicazione globale. Telegrafo, cavi sottomarini, radio e infine internet hanno sensibilmente ridotto la velocità di scambio di informazioni. Nell’era della comunicazione circa il 16% della popolazione mondiale usa costantemente internet per comunicare o informarsi. Il nord America è al primo posto (68,6%), l’Africa in coda (2,3%) cercherà di sfruttare l’occasione dei Mondiali di calcio 2010 per colmare la sua arretratezza. Nonostante il “digital divide” tenda ad assottigliarsi, il sud del mondo è ancora lontano dal nord. Ma il web rimane comunque una grande opportunità per i paesi emergenti.

Globalizzazione non significa soltanto crescita e sviluppo. La nascita di una finanza globale ha determinato negli ultimi 15 anni una serie di crisi che hanno strozzato le economie mondiali. Da quella del Messico del ‘94 fino a quella dei mutui subprime del 2007. Le grandi multinazionali, pur esportando lavoro, impongono ai loro dipendenti salari di fame. In una delle società più grandi del mondo, l’americana Wall Mart, un salario medio annuo è di 13861 dollari. Ciò significa che milioni di persone vivono in bilico sul filo della povertà. La sperequazione dei redditi negli Stati Uniti, in Europa o in Cina testimoniano che un mercato senza regole e l’avidità imprenditoriale divaricano la forbice tra ricchi e poveri.

La globalizzazione, per di più, ha dato vita ad un processo culturale che spinge alla cancellazione d’identità singolari, uniformando le diverse culture alle tendenze dominanti.

Nella partita della globalizzazione c’è chi vince e c’è chi perde. Per noi che la viviamo è difficile stabilire il peso che essa avrà nella storia. Non ci resta che aspettare.

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L’INCERTEZZA DELLA CONTINGENZA E LA NECESSITÁ DELLE RIFORME

9 Novembre 2009

EXIT STRATEGY: DAL “NEXT DEAL” DI OBAMA ALLE DIVERSE VOCI DEL “CORO” FINANZIARIO

exit strategyTempi duri, durissimi quelli che attraversa il sistema economico globale. Tanti ostacoli da superare, troppi nodi da sciogliere. Banco di prova per l’amministrazione Obama (e non solo), la crisi economica segue un andamento da montagne russe. Nel 2007 una profonda caduta paralizza le economie di mezzo mondo, poi la lenta ripresa del 2009 che lascia alle spalle circa 8 milioni di disoccupati, banche da ricapitalizzare, aumenti del debito pubblico. Oggi, tra mille incertezze, si cercano strade per uscire dal tortuoso labirinto, con la speranza di trovare la via d’uscita. Ed è il presidente americano Obama a guidare l’“exit strategy”, insieme di manovre necessarie al superamento della recessione. Non tutti sono d’accordo: l’“exit strategy” e la conseguente smobilitazione delle misure di stimolo all’economia sono inappropriate e premature. Si ritiene che il crescente tasso di disoccupazione nei paesi OCSE sia un dato significativo per affermare che la crisi non è ancora finita.

Nel rifiuto dell’isolamento, Obama sceglie la via della collaborazione internazionale. Il G20 ne è la prova. Ad esso partecipano non solo le 8 “storiche potenze”, ma anche paesi in via di sviluppo come Asia, America Latina o Africa. In esso si prendono decisioni collettive da un lato e si analizzano le misure di politica economica dei singoli stati dall’altro.

Nel primo incontro tra le potenze economiche globali che contano, tenutosi il 24 e 25 settembre 2009 a Pittsburgh, sono state le idee di Obama a prevalere, il suo “next deal” ne è uscito vincente. Per stabilizzare il sistema finanziario, il mediatico presidente ha stilato una serie di punti.

L’aumento dei capitali dei vari istituti di credito, in particolare delle banche, è una delle prerogative da realizzare. Questo meccanismo, secondo l’amministrazione americana, servirà a renderli capaci di pagare le conseguenze dei loro eccessi, evitando che si ripercuotano su inconsapevoli risparmiatori. La necessità di frenare l’indebitamento americano è un altro scoglio da superare. Per evitare che la nave s’infranga ognuno ha il suo ruolo. L’economia USA deve invertire le sua tendenza, puntando al risparmio, la Cina deve ridurre le esportazioni, accellerando i consumi interni, l’Unione Europea deve impegnarsi ad investire di più, attuando riforme che incentivino i privati. Obama ha confermato la sua leadership anche su una delle questioni più significative del G20: la lotta intransigente ai cosiddetti “paradisi fiscali”, paesi, cioè, che si avvalgono del segreto bancario (attirando evasori di mezzo mondo) e che non attuano nessuna regolamentazione su spostamenti di capitali (incentivando la speculazione finanziaria). A Pittsburgh si è poi discusso di protezionismo: all’unanimità, tutti i partecipanti, hanno sostenuto la tesi del commercio globale, ritenendolo fondamentale per strappare alla fame milioni di persone. Dunque un secco no a riforme che spingono ad un restringimento dei rapporti internazionali e che mirano ad un ripiegamento delle economie su se stesse.

La voce solista di Obama si incrocia con le varie voci del “coro” finanziario. Da un lato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, per far fronte all’indebitamento delle banche, è pronto ad introdurre la “leverage ratio”, un indicatore che misuri la leva finanziaria. Dall’altro lato il presidente dell’Economy Recovery Advisory Board, Paul Valcker, consiglia di fare un passo indietro: separare le banche di investimento (investment banking) da quelle commerciali (retail). Le banche, sostiene Valcker, non devono essere proprietarie di Hedge Funds (grandi fondi di investimento speculativi) e le loro attività di property trading (compravendita di titoli azionari “in proprio”) devono essere limitate.

L’inefficienza del piano di stimoli all’economia americana varato da  Obama è sostenuta dal premio Nobel Joseph Stiglitz: il piano ha privilegiato le grandi banche tralasciando i problemi dell’economia reale. Inoltre, sempre secondo Stiglitz, è necessario evitare che si formino banche “to big to fail” (banche troppo grandi per fallire) che rischiano, in caso di crisi, di trascinare con sé una grossa fetta di mercato. Per il direttore del National Economic Council, Lawrence Summers, le manovre di Obama, varate nel febbraio del 2009, hanno invece ottenuto risultati positivi. Lo stratega della politica economica americana sottolinea l’importanza di riforme nel settore finanziario, necessarie e per regolare i mercati e per tutelare i cittadini. A sorpresa le idee di Valcker e Stiglitz sono sostenute dal “maestro” della deregulation Greenspan che afferma: “no a banche troppo grandi per fallire”, si allo smembramento.

Questi, dunque, i nodi da sciogliere, i problemi da risolvere. Ma bisogna fare in fretta. Bisogna limitare la dilagante disoccupazione, bisogna evitare che Wall Street ritorni alle vecchie consuetudini, bisogna invertire le logiche del mercato, bisogna scongiurare che i recenti segnali di crescita finanziaria si rivelino delle nuove bolle (Munchau). Tutto questo bisogna fare. E il più velocemente possibile.

 

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DOMENICO

6 Novembre 2009

Di

Oggi

Mi

Entusiasmo

Non

Immagino

Cose

Orribili

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LENTAMENTE MUORE

29 Ottobre 2009

DEDICO A TUTTI VOI QUESTA POESIA CHE TANTO MI RAPPRESENTA

Pablo Neruda
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.

Lentamente muore chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul
lavoro,
chi non rischia l’incertezza per la certezza , per inseguire
un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di sfuggire
dai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non fugge, chi non ascolta
musica, chi non trova grazia in se stesso.

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia
aiutare.

Lentamente muore chi passa i giorni a lamentarsi della propria
sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore

chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi
non fa domande sugli argomenti che non conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che
essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Pablo Neruda
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I RETROSCENA DELLA CRISI

29 Ottobre 2009

LO SCOPPIO DELLA BOLLA. LA SPECULAZIONE NEL “CASINO” FINANZIARIO

wall_street_signDebito pubblico, debito privato, deregulation, ABS, mutui subprime, agenzie di rating, libero mercato, cartolarizzazione, credit crunch. Ecco i termini della crisi. La peggiore dagli ultimi 70 anni, dopo quella del 1929. Una devastante onda anomala che ha abbattuto le fondamenta di economie non sempre solidi e affidabili. Di chi è la colpa? Perché gli azzardi della finanza si ripercuotono sull’economia reale? Cerchiamo di capire.

Tutto ha avuto inizio con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare americano nel 2004. La bolla era nata perché le banche americane, seguendo la teoria della “società dei proprietari” di G. Bush, offrivano la possibilità di accendere mutui anche a persone ritenute poco solvibili, che non offrivano, cioè, garanzie per il pagamento delle rate. Nascono i cosiddetti “mutui subprime”, contrapposti ai “mutui prime” di certa affidabilità. I tassi di interesse poco elevati, il denaro a costo zero e naturalmente la voglia di realizzare il sogno di una casa spingevano gli ignari acquirenti ad abboccare l’esca.

In tanto, nel “casinò” finanziario, la speculazione imperava. Si scommetteva sulla crescita costante del valore delle case. Il valore cresceva e questo consentiva all’acquirente non solo di rinegoziare il mutuo, ma anche di ottenere maggiore credito per i consumi. Per intenderci: se io avevo acquistato una casa a 50 mila euro e il suo valore aveva raggiunto i 70 mila, la banca mi offriva 20 mila euro da utilizzare per i consumi.

Tutti sembravano essere felici: i costruttori erano felici, gli acquirenti pure, le banche figuriamoci. Tutto era perfetto. Fin quando però lo spettro del debito, sempre presente nel castello dell’economia americana, si ripresentava minaccioso più di prima. Alcuni economisti misero in guardia dai rischi che si correvano, ma la maggioranza non volle interrompere il clima festoso che regnava nel mercato immobiliare americano. Intanto la banca centrale degli Stati Uniti (FED), per evitare il pericolo dell’inflazione, aumentava il costo del denaro (dall’1% al 5,25%). Iniziava a diffondersi il panico, la situazione precipitava. Chi aveva acceso un mutuo si trovava tra le mani non solo il debito delle rate, ma anche il debito prodotto dal credito ottenuto dalle banche. Le banche, che avevano offerto questi debiti senza garanzie, si ritenevano al sicuro grazie alla “cartolarizzazione” del rapporto tra prestatore e cliente. In pratica, tale rapporto veniva trasformato in un titolo, in obbligazione, i cosiddetti ABS. Tra i più diffusi erano i CLO-CDO, i famosi “titoli salsiccia”, ovvero titoli  che contenevano frammenti di mutui edili cartolizzati. L’affidabilità di questi titoli “tossici” veniva garantita dalla Standard&Poor’s e dalla Moody’s, società di rating che, corrotte dalle banche, assegnavano le famose tre A a dei titoli che in realtà erano altamente nocivi.  Le tre A garantiscono o l’elevata capacità di ripagare il debito o il livello minimo di rischio. I fondi pensione o fondi di investimento acquistavano questi titoli fidandosi delle garanzie delle società di rating. Ma proprio per costruire questi derivati (CDO-CLO) le banche ricorrevano al debito oltre la misura del loro patrimonio. In realtà, il debito delle banche non appariva, perché tenuto fuori bilancio, nascosto da società finanziate dalle stesse banche, come SIV o CONDUIT.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2007. Da quel momento in poi, i fondi delle banche avevano difficoltà a rifinanziare i titoli “salsiccia”, proprio perché privi di consistenza. E proprio la BNP Paribas di Parigi, nell’agosto del 2007, informa di non essere in grado di far fronte agli impegni. Il terrore di una stretta creditizia (Credit crunch) è alle porte. Tutte le banche centrali, per scongiurare il pericolo, immettono in un’azione congiunta liquidità sul mercato. Ma tutto si rivela inutile. IL credito si blocca. Il 14 settembre 2008 rappresenta il momento più drammatico: fallisce la Lheman Brothers, la più importante banca d’affari. Iniziano una serie di esplosioni a catena. Le famiglie americane perdono 13mila mld di dollari e circa 6 milioni di persone restano a casa senza lavoro.

Due sono le cause che hanno avuto per effetto la crisi: una leva finanziaria troppo elevata e l’assenza di regole sul mercato (deregulation). Oggi si tende ad un superamento della teoria smithiana (mano invisibile) e si ritiene che il sistema economico funzioni solo se indirizzato da regole precise. Non dimentichiamo il buon senso.

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OBAMA VERSO LA PACE

24 Ottobre 2009

Il 4 novembre 2008 è una data storica non solo per l’America, ma per tutto il mondo. Diventa presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, primo afro-americano a ricoprire tale carica. Da quel momento in poi, Obama ha cercato di percorrere un sentiero spinoso e complicato: il sentiero della pace. Il video che segue, estratto dal discorso dopo la vittoria alle elezioni, ne è una testimonianza.

Dopo l’insediamento alla Casa Bianca nel Gennaio del 2009, Obama propone subito “un nuovo inizio nei rapporti tra Stati Uniti e musulmani nel mondo, basato su un rispetto reciproco e sull’interesse reciproco”. Per Obama “il ciclo di sospetto e di discordia deve terminare. Non c’è dubbio: l’Islam fa parte dell’America”. Obama tende la mano all’Iran.  Primo passo fondamentale per l’affermazione di un dialogo tra l’America ed una delle potenze più ostili.

Il 5 Maggio 2009 Obama tiene un discorso all’università del Cairo, in cui espone la sua politica. Il presidente americano è deciso ad invertire la tendenza e a spegnere le tensioni che si sono accumulate nell’amministrazione Bush. E proprio in tale occasione si parla della questione sul nucleare in Iran, delle guerre in Afghnistan e in Iraq. La questione più spinosa per Obama è certamente l’Iran. Il presidente Ahmadinejad, che esercita una dura dittatura nel paese, ha sempre dimostrato una profonda avversione per l’occidente e per l’America in particolare. Ma le iniziative americane ottengono risultati positivi. Il presidente iraniano apre uno spiraglio, è pronto a dialogare su una delle questioni più difficili, il nucleare. Restiamo al nucleare.

Obama e Medvedev

Stretta di mano tra il presidente russo Medvedev e Obama

Il 25 Maggio 2009 la Corea del Nord fa sapere di aver effettuato un test nucleare, avvenuto “con successo”. Al di là delle forti reazioni della comunità internazionale, il presidente USA ribadisce: “la Corea del Nord sta sfidando direttamente e indirettamente e in modo sconsiderato la comunità internazionale facendo aumentare le tensioni nell’Asia nordorientale”. Inoltre il presidente considera “il programma nucleare nordcoreano una grave minaccia alla pace e alla sicurezza nel mondo”. Ma se da un lato Iran e Corea del Nord rappresentano le minacce più difficili, Obama incassa un successo nella Russia di Medvedev e di Vladimir Putin. Il 6 Luglio 2009 Obama tiene un discorso alla New Economich School in cui ribadisce che “l’America desidera una Russia forte, pacifica e prospera” e anticipa che “se la minaccia del programma nucleare iraniano sarà eliminata, la spinta alla base di uno scudo missilistico in Europa sarà eliminata”. Inizia il disgelo: Obama invita la Russia a collaborare per affrontare le sfide nucleari di Iran e Corea del Nord.

Il 22 Settembre 2009 il presidente USA incontra il presidente cinese Hu Jintao. Discute della questione Tibet, della possibilità di un dialogo e dell’importanza che la Cina rappresenta per l’America. Hu Jintao è pronto a collaborare con l’America e con le Nazioni Unite su una delle questioni mondiali di maggior rilievo, quella climatica. Il presidente cinese si impegna a ridurre le emissioni di anidride carbonica e di investire sull’energia ricavabile da fonti rinnovabili in maniera consistente per il 2020.

Altro scoglio per Obama è l’Afghanistan. Dopo la promessa, al suo elettorato, di ritiro delle truppe Obama si è visto costretto ad inviare diverse unità per fronteggiare la minaccia talebana. D’altra parte, dopo le accuse di brogli al presidente Karzai nelle elezioni presidenziali dello scorso 20 agosto, l’amministrazione Obama, in primo luogo il presidente della Commissione esteri del Senato John Kerry,  ha convinto Karzai ad accettare il ballottaggio con il rivale Abdullah Abdullah, segnando un punto a favore della democrazia.

Hamid Karzai insieme a John Kerry

Hamid Karzai insieme a John Kerry

Obama, Abbas e Netanyahu

Obama, Abbas e Netanyahu

Ma la volontà di affermare la pace da parte di Obama si concretizza nella questione israelo-palestinese. Il mediatico presidente ammette che i rapporti dell’America con Israele sono inattaccabili, ma ribadisce che “il popolo palestinese sta vivendo una situazione intollerabile”, con riferimento all’enclave della Striscia di Gaza. Per risolvere questa drammatica vicenda, l’America di Obama sostiene “l’esistenza di due stati che vivono in pace e in sicurezza”. La pace ci può stare. E il 22 Settembre 2009 il primo ministro israeliano Netanyahu e il primo ministro palestinese Abbas si incontrano e cercano di mediare.

Tutte queste azioni sono impulsi per l’affermazione della pace nel mondo, un tentativo di eliminare i pregiudizi e i conflitti tra culture diverse. Tentativo premiato con il Nobel per la pace.

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SARNO 1998, MESSINA 2009. LA TRAGEDIA SI RIPETE.

17 Ottobre 2009

La catastrofe di Messina rimanda facilmente a ciò che accadde a Sarno il 5 Maggio del 1998. Confrontiamo insieme. Come è possibile che a distanza di 11 anni si verifichi la stessa cosa? A voi le risposte.