Archivio per novembre 2009

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LE DINAMICHE ECONOMICHE DEL POTERE CAMORRISTICO

24 novembre 2009

L’INCHIESTA DI “GOMORRA” SULL’IMPRENDITORIALITÀ DEI CLAN

 “La saggezza del potere possiede una pazienza che spesso gli imprenditori non hanno”. Tratta da Gomorra, libro-inchiesta di Roberto Saviano, questa frase è il simbolo dell’intera opera. Il potere di cui parla lo scrittore è quello camorristico. La descrizione delle capacità imprenditoriali del “sistema” malavitoso napoletano è il filo rosso che attraversa l’intero libro. La camorra “ignorante” si è trasformata in un “sistema” capace di controllare grosse fette di mercato. “Le nuove generazioni di boss frequentano le università, si laureano, vanno all’estero e soprattutto sono impegnati nello studio dei meccanismi di investimento”.  È vero che il merito di Saviano sta nell’aver mostrato a tutti una realtà che pochi conoscevano. Ma prima di tutto lo scrittore napoletano ha voluto mettere in guardia dal considerare il fenomeno camorristico come fatto puramente locale. La narrazione degli affari dei clan illumina sulla grandezza dell’impero economico della camorra. Dalla Cina alla Colombia, dall’America all’Europa. La camorra è ovunque. La sua fluidità le consente di penetrare la superficie dei mercati e dell’economia. La camorra è il dio degli affari al quale tutti si rivolgono in caso di necessità. Le famiglie camorristiche sono diventate “comitati d’affare” ai quali le imprese si rivolgono per muovere capitali, fondare o chiudere società, investire in immobili; i politici si affidano ai clan per allargare il loro bacino di voti in cambio di profumati favori; le altre organizzazioni mafiose stringono affari col potere camorristico.

Come una grande multinazionale, la camorra ha impiantato in ogni angolo del pianeta le proprie aziende, ha distribuito ovunque i propri prodotti. Questo “sistema” gestisce e alimenta il mercato internazionale della moda italiana. Germania, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Olanda fino all’Australia, Stati Uniti, Sud America: questa è la reale estensione del mercato camorristico. In ognuno di questi paesi la camorra ha impiantato i propri affari, ha distribuito quei capi d’alta moda creati nell’interland napoletano. Il tutto senza regole. E difatti la teoria del liberismo più assoluto si concretizza negli affari dei clan.

Gli investimenti dei capitali ricavati dal mercato della droga sono riutilizzati nel mercato dell’edilizia. Le ditte edili legate ai clan hanno costruito decine di centri commerciali, si sono “infiltrate” nell’alta velocità prima al sud e poi al nord, hanno innalzato palazzi, grattacieli, costruito quartieri, ville, interi villaggi. Il cemento è l’oro della camorra. L’attività economica dei clan non si ferma a queste due sfere del mercato. Raschiare il fondo del barile è l’imperativo camorristico. E allora ecco sorgere società attive nel riciclaggio e nella gestione dei rifiuti che hanno imbottito il sottosuolo campano di “monnezza” tossica, derivata da mezza Italia. Attraverso un meccanismo virtuoso, le scorie della grandi aziende del nord venivano etichettate come semplici rifiuti, garantendo un risparmio di circa l’80%. La Campania è diventata così  la discarica del nord.

 Gli interessi economici si estendono fino al mercato delle armi. La camorra detiene, insieme alla mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita, un business di circa tre miliardi e trecento milioni di euro. “I clan sono stati punti di riferimento per interi eserciti”. In alcune guerre nei Balcani o in Sud America si è combattuto con le armi fornite dalla camorra.

Di Lauro, Licciardi, Giuliano, Schiavone, Bardellino, Iovine, Zagaria: queste poche famiglie detengono capitali che, forse, potrebbero salvare un intero paese. E proprio la ricchezza e il potere sono i premi delle faide tra i clan. È per questi premi che ci si ammazza, e il numero delle vittime della camorra supera quello di un bollettino di guerra.

Saviano ha svelato, attraverso Gomorra, le dinamiche economiche del potere camorristico. Con la sola parola egli ha contribuito all’arresto di un intero clan, i casalesi. Ma quel che più conta è che Saviano ha rinunciato alla sua libertà per renderci la vita migliore. Per questo va elogiato.

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PRIMA PUNTATA NONSOLOSABATONEEEEEEEEWS

14 novembre 2009

ATTENZIONE ALLE MINCHIATEEEEEE

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I MIEI MITI

12 novembre 2009

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PRENDIAMO ESEMPIO INSIEME DA CHI HA LOTTATO E LOTTA CONTRO LE MAFIE PER L’AFFERMAZIONE DI UN MONDO MIGLIORE. A NOI TUTTI TOCCA IL COMPITO DI INFORMARE SU VICENDE CHE QUALCUNO PREFERISCE TENERE NASCOSTE. TUTTI INSIEME POSSIAMO CAMBIARE. CI CREDO.

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IL BUSINESS GLOBALE

9 novembre 2009

POTENZIALITÁ E RISCHI DELLA GLOBALIZZAZIONE

gggIl mondo contemporaneo è caratterizzato da una serie di interconnessioni e interdipendenze che si estendono a tutti i livelli della vita sociale. Ormai il globo è avvolto in un’immensa rete che tiene insieme tutte le parti. Oggi trova la sua massima realizzazione l’idea, percepita già qualche secolo fa, della sfericità della terra. Le distanze spaziali si sono ridotte, il tempo si è compresso, la terra sembra girare più velocemente del solito. Questa è la globalizzazione. Questa estensione alla totalità è una tendenza. È una tendenza economica, culturale e comunicativa ad assumere una dimensione mondiale. Ad essa si associano una serie di fenomeni che hanno determinato a più livelli un energico cambiamento rispetto al passato.

L’abbattimento dei confini geografici, a partire dalla fine del XV secolo, ha consentito l’intensificarsi di scambi commerciali. E proprio in questo fenomeno vanno cercate le basi dello sviluppo del commercio globale. Certo da allora il mondo è cambiato. Le merci viaggiano velocemente, i costi dei trasporti si sono ridotti, ogni parte del mondo è una potenziale piazza commerciale. L’allargamento degli spazi di mercato è certamente un’occasione di sviluppo. Lo stesso Mario Draghi sostiene che “l’accelerazione della crescita dell’economia è una tendenza di lungo periodo dovuta all’apertura del commercio internazionale, all’introduzione dei meccanismi di mercato che hanno sospinto prima il Giappone, poi le tigri asiatiche, infine la Cina e l’India. Centinaia di milioni di persone si sono così sollevate dalla povertà assoluta”. Il PIL mondiale cresce costantemente toccando picchi altissimi, come quello del 2007 arrivato a +8,9%. E alla vastità di un commercio senza frontiere si affianca l’enorme dimensione dei mercati finanziari. Per capire l’importanza del ruolo svolto dal sistema finanziario riportiamo un dato esemplare: la capitalizzazione delle borse mondiali supera l’enorme ricchezza globale. La prima è pari a 61 trilioni di dollari, la seconda si ferma a circa 54 trilioni. Un dato significativo che è forse giustificato dalla inarrestabile attività dei mercati finanziari che operano nel mondo 24 ore su 24. Simbolo di un mercato globale sono le multinazionali: società, industriali o finanziarie, presenti sui mercati stranieri non solo con una rete di distribuzione commerciale, ma anche con aziende produttive proprie. Se ne contano circa 360 nel mondo. Le più grandi in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ma in che modo questi giganti dell’economia conquistano i mercati? Adottando una serie di strategie atte a ridurre i costi e a spazzar via la concorrenza. La competizione globale spinge le multinazionali a spostare le fasi produttive dove è garantita maggiore convenienza, ovvero nei paesi in via di sviluppo dove i salari costano circa l’80% in meno dei paesi ricchi. Questo è il fenomeno della delocalizzazione. Fenomeno che si evolve in una fase successiva: gli appalti e i subappalti. Per evitare contestazioni sulle condizioni di lavoro o sui salari dei lavoratori, queste società comprano direttamente da produttori locali, evitando rischi di sanzioni che potrebbero ledere l’immagine della stessa azienda. La saturazione dei punti vendita è un’altra strategia di conquista dei mercati. Occupare più territorio possibile, attraverso la tecnica dei negozi a grappolo, senza lasciare spazio alla concorrenza. Ma per far centro sui consumatori la strategia vincente è la valorizzazione del marchio. Associare un valore culturale o emozionale ad un prodotto significa trasformarlo in un marchio. Ed “i marchi sono straordinari moltiplicatori di valore”, sostiene Giampaolo Fabris.

Altra spinta significativa alla globalizzazione è data dall’affermazione di un sistema di comunicazione globale. Telegrafo, cavi sottomarini, radio e infine internet hanno sensibilmente ridotto la velocità di scambio di informazioni. Nell’era della comunicazione circa il 16% della popolazione mondiale usa costantemente internet per comunicare o informarsi. Il nord America è al primo posto (68,6%), l’Africa in coda (2,3%) cercherà di sfruttare l’occasione dei Mondiali di calcio 2010 per colmare la sua arretratezza. Nonostante il “digital divide” tenda ad assottigliarsi, il sud del mondo è ancora lontano dal nord. Ma il web rimane comunque una grande opportunità per i paesi emergenti.

Globalizzazione non significa soltanto crescita e sviluppo. La nascita di una finanza globale ha determinato negli ultimi 15 anni una serie di crisi che hanno strozzato le economie mondiali. Da quella del Messico del ‘94 fino a quella dei mutui subprime del 2007. Le grandi multinazionali, pur esportando lavoro, impongono ai loro dipendenti salari di fame. In una delle società più grandi del mondo, l’americana Wall Mart, un salario medio annuo è di 13861 dollari. Ciò significa che milioni di persone vivono in bilico sul filo della povertà. La sperequazione dei redditi negli Stati Uniti, in Europa o in Cina testimoniano che un mercato senza regole e l’avidità imprenditoriale divaricano la forbice tra ricchi e poveri.

La globalizzazione, per di più, ha dato vita ad un processo culturale che spinge alla cancellazione d’identità singolari, uniformando le diverse culture alle tendenze dominanti.

Nella partita della globalizzazione c’è chi vince e c’è chi perde. Per noi che la viviamo è difficile stabilire il peso che essa avrà nella storia. Non ci resta che aspettare.

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L’INCERTEZZA DELLA CONTINGENZA E LA NECESSITÁ DELLE RIFORME

9 novembre 2009

EXIT STRATEGY: DAL “NEXT DEAL” DI OBAMA ALLE DIVERSE VOCI DEL “CORO” FINANZIARIO

exit strategyTempi duri, durissimi quelli che attraversa il sistema economico globale. Tanti ostacoli da superare, troppi nodi da sciogliere. Banco di prova per l’amministrazione Obama (e non solo), la crisi economica segue un andamento da montagne russe. Nel 2007 una profonda caduta paralizza le economie di mezzo mondo, poi la lenta ripresa del 2009 che lascia alle spalle circa 8 milioni di disoccupati, banche da ricapitalizzare, aumenti del debito pubblico. Oggi, tra mille incertezze, si cercano strade per uscire dal tortuoso labirinto, con la speranza di trovare la via d’uscita. Ed è il presidente americano Obama a guidare l’“exit strategy”, insieme di manovre necessarie al superamento della recessione. Non tutti sono d’accordo: l’“exit strategy” e la conseguente smobilitazione delle misure di stimolo all’economia sono inappropriate e premature. Si ritiene che il crescente tasso di disoccupazione nei paesi OCSE sia un dato significativo per affermare che la crisi non è ancora finita.

Nel rifiuto dell’isolamento, Obama sceglie la via della collaborazione internazionale. Il G20 ne è la prova. Ad esso partecipano non solo le 8 “storiche potenze”, ma anche paesi in via di sviluppo come Asia, America Latina o Africa. In esso si prendono decisioni collettive da un lato e si analizzano le misure di politica economica dei singoli stati dall’altro.

Nel primo incontro tra le potenze economiche globali che contano, tenutosi il 24 e 25 settembre 2009 a Pittsburgh, sono state le idee di Obama a prevalere, il suo “next deal” ne è uscito vincente. Per stabilizzare il sistema finanziario, il mediatico presidente ha stilato una serie di punti.

L’aumento dei capitali dei vari istituti di credito, in particolare delle banche, è una delle prerogative da realizzare. Questo meccanismo, secondo l’amministrazione americana, servirà a renderli capaci di pagare le conseguenze dei loro eccessi, evitando che si ripercuotano su inconsapevoli risparmiatori. La necessità di frenare l’indebitamento americano è un altro scoglio da superare. Per evitare che la nave s’infranga ognuno ha il suo ruolo. L’economia USA deve invertire le sua tendenza, puntando al risparmio, la Cina deve ridurre le esportazioni, accellerando i consumi interni, l’Unione Europea deve impegnarsi ad investire di più, attuando riforme che incentivino i privati. Obama ha confermato la sua leadership anche su una delle questioni più significative del G20: la lotta intransigente ai cosiddetti “paradisi fiscali”, paesi, cioè, che si avvalgono del segreto bancario (attirando evasori di mezzo mondo) e che non attuano nessuna regolamentazione su spostamenti di capitali (incentivando la speculazione finanziaria). A Pittsburgh si è poi discusso di protezionismo: all’unanimità, tutti i partecipanti, hanno sostenuto la tesi del commercio globale, ritenendolo fondamentale per strappare alla fame milioni di persone. Dunque un secco no a riforme che spingono ad un restringimento dei rapporti internazionali e che mirano ad un ripiegamento delle economie su se stesse.

La voce solista di Obama si incrocia con le varie voci del “coro” finanziario. Da un lato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, per far fronte all’indebitamento delle banche, è pronto ad introdurre la “leverage ratio”, un indicatore che misuri la leva finanziaria. Dall’altro lato il presidente dell’Economy Recovery Advisory Board, Paul Valcker, consiglia di fare un passo indietro: separare le banche di investimento (investment banking) da quelle commerciali (retail). Le banche, sostiene Valcker, non devono essere proprietarie di Hedge Funds (grandi fondi di investimento speculativi) e le loro attività di property trading (compravendita di titoli azionari “in proprio”) devono essere limitate.

L’inefficienza del piano di stimoli all’economia americana varato da  Obama è sostenuta dal premio Nobel Joseph Stiglitz: il piano ha privilegiato le grandi banche tralasciando i problemi dell’economia reale. Inoltre, sempre secondo Stiglitz, è necessario evitare che si formino banche “to big to fail” (banche troppo grandi per fallire) che rischiano, in caso di crisi, di trascinare con sé una grossa fetta di mercato. Per il direttore del National Economic Council, Lawrence Summers, le manovre di Obama, varate nel febbraio del 2009, hanno invece ottenuto risultati positivi. Lo stratega della politica economica americana sottolinea l’importanza di riforme nel settore finanziario, necessarie e per regolare i mercati e per tutelare i cittadini. A sorpresa le idee di Valcker e Stiglitz sono sostenute dal “maestro” della deregulation Greenspan che afferma: “no a banche troppo grandi per fallire”, si allo smembramento.

Questi, dunque, i nodi da sciogliere, i problemi da risolvere. Ma bisogna fare in fretta. Bisogna limitare la dilagante disoccupazione, bisogna evitare che Wall Street ritorni alle vecchie consuetudini, bisogna invertire le logiche del mercato, bisogna scongiurare che i recenti segnali di crescita finanziaria si rivelino delle nuove bolle (Munchau). Tutto questo bisogna fare. E il più velocemente possibile.

 

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DOMENICO

6 novembre 2009

Di

Oggi

Mi

Entusiasmo

Non

Immagino

Cose

Orribili

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