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UN’ORA AD ASPETTARE L’AUTOBUS!!!

20 febbraio 2010

Chi ha mai aspettato l’autobus per un’ora alzi la mano! Come me, parecchi stanno col braccio teso. Sicuro…Mentre, tranquillo tranquillo, mi recavo alla metro, mi sono accorto che c’era lo sciopero. Allora, sereno sereno, ho penseto: “vado a prendere un bel autobus”! Ma anche li c’era l’inferno. Una fila di fantozzi lunga venti metri che “esaltava” il trasporto pubblico con elogi ai conducenti. A quella fermata sono stato circa un’ora. Una bella esperienza che consiglio a tutti. Conosci gente, arricchisci il tuo vocabolario, impari tante cose.

Dopodichè un povero signore mi ha detto: “Guardi che la metro riparte alle 14:00”. Tornato alla metro, ho dovuto lottare con altri esauriti peggio di me per chi riuscisse a salire per primo sul treno, manco fosse una gara. Finalmente sono riuscito a prendere il tanto sognato treno e dopo un’ora e mezza di travaglio sono riuscito ad arrivare al corso. CHE BELLA GIORNATA!!!

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LA POLITICA DISTRATTA. NOSTALGIA DEL FUTURO

9 febbraio 2010

Leggendo i giornali, mi convinco sempre di più che l’Italia va nella direzione opposta alla via della salvezza. I tristi dibattiti che riempiono le prime pagine dei giornali, che risuonano in diverse trasmissioni tv mi hanno spinto a riflettere su una serie di questioni.Quali sono oggi i problemi nel nostro paese?

“Prima di tutto” la Giustizia. Al di là della diatriba politica, una riforma dell’apparato giudiziario sembra essere ormai indispensabile. È sacrosanto che un imputato conosca l’inizio e la fine del suo processo. Ma io mi chiedo: che c’azzecca il “legittimo impedimento”? Qual è la sua necessità se non quella di salvare un’unica persona o chi gli sta intorno? Sarà pur vero che alla fine del suo mandato il premier dovrà presentarsi nelle aule dei tribunali, ma perché questo non avviene nelle altre democrazie occidentali? In alcuni paesi, nonostante ci sia uno scudo giudiziario per le alte cariche dello stato, i politici, se coinvolti in qualche processo, preferiscono dimettersi piuttosto che mettere a rischio l’immagine del proprio paese. È mai successo questo in Italia?

Altro problema: la crisi economica e la terribile disoccupazione. Il ministro dell’economia ci tiene a precisare che l’Italia ha subito di meno, rispetto agli altri paesi europei, la mannaia della crisi. In parte è vero, e questo è dovuto soprattutto alle pessime prestazioni di governi come quello spagnolo o greco. Ma come si spiega quell’infinito buco nero che è il debito pubblico vicino al 130% del Pil? Chi spiega a quelle migliaia di disoccupati che il sole sta sorgendo di nuovo? Che la crisi è finita? Per loro che hanno appena perso il posto di lavoro “la crisi è appena cominciata”.

Andiamo avanti. L’immigrazione è certamente un problema sul quale la politica italiana (insieme all’UE) dovrà confrontarsi seriamente, abbandonando le logiche demagogiche che infilano i problemi sotto il tappeto. Se pensiamo che solo il 10% degli immigrati arrivava con le “carrette” del mare (gli unici ad avere, probabilmente, la necessità di chiedere asilo politico, venendo da paesi in guerra) e che la maggior parte arriva in Italia con un semplice visto turistico, per poi rimanerci da clandestino, ci si può vantare di aver risolto il problema? Non mi pare. Piuttosto che inquadrare l’immigrazione come un problema di ordine pubblico, non sarebbe meglio considerarlo una risorsa, costruendo un apposito ministero che controlli i flussi e li gestisca in funzione delle necessità?

Tutte queste domande, che spero  molti condividano, troveranno mai una risposta?

Io propongo di guardare al futuro, che in Italia sembra essere più un “presente esteso”, infinito. Data la velocità con la quale si evolve la nostra società, indirizzare le riforme al presente significa farle per il passato. Il futuro è innovazione: diffondiamo a livello nazionale una rete di fibra ottica indispensabile già tra qualche anno. Il futuro è ambiente: investiamo su energia ricavata da fonti rinnovabili (via dal nucleare!). Il futuro è istruzione: offriamo maggiori risorse alla scuola e soprattutto all’università in modo da sostenere la ricerca italiana, indispensabile per lo sviluppo del paese. Tutto questo è necessario. È in gioco la nostra competitività in un mondo sempre più all’avanguardia. O pensiamo forse di essere stati graziati dal Signore e che a noi è riservato l’”eterno bengodi”?

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PUO INTERNET VINCERE UN NOBEL?

19 gennaio 2010

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Da qualche settimana si legge su diverse riviste della proposta di conferire ad Intenet il premio Nobel per la Pace nel 2010. Si ritiene che intenet, grazie alle sue potenzialità (diffusione rapida di informazioni, comunicazione diffusa), può dare forza al processo di pace nel mondo. Da questa prospettiva, la proposta può sembrare interessante e convincere che, in effetti, internet sta avendo un ruolo fondamentale in quei paesi (Iran) in cui vi sono dittature che non lasciano spazio alle opposizioni. L’idea di creare un network su cui chiunque può mostrare il suo contributo al processo di pace è un esempio delle potenzialità di internet.

Ma se si vuole assegnare il prestigioso premio alla rete bisogna essere realisti. Bisogna ricordare tutto ciò che accade in rete, tutti i lati oscuri e negativi che un sistema come questo porta con sè. Basti pensare alla pedopornografia, alle possibilità che internet ha offerto al terrorismo di espandersi, alla disinformazione che circola ovunque. Tutti questi aspetti contrastano con l’idea “felice” di un sistema utile al miglioramento delle condizioni dell’uomo. A mio avviso, sarebbe meglio concetrare l’attenzione su quelle personalità che donano la loro vita per portare  l’amore dove regna l’odio, la pace dove c’è la guerra.

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QUANDO FACEBOOK DIVENTA PERICOLOSO

18 dicembre 2009

Dopo la violenza al Presidente del Consiglio Berlusconi a Milano, su facebook migliaia di persone hanno esaltato il gesto del mitomane Tartaglia, autore della violenza.

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LA FORZA DELL’UNIONE

15 dicembre 2009

TRATTATO DI LISBONA ED EURO, PIETRE ANGOLARI DEL SISTEMA EUROPEO

L’ex campo di battaglia, in cui per secoli si sono fronteggiati stati arroccati su ideali nazionalistici, è oggi una comunità unita. L’Europa di oggi è l’immagine di un mondo pacifico. Bandita la guerra, l’Europa nasce come simbolo di una riappacificazione alla fine di devastanti conflitti.

Sono 27 le stelle che brillano sullo sfondo blu della bandiera europea. Dal 1991 (trattato di Maastricht) ad oggi, 27 stati hanno ceduto una porzione della propria sovranità per far fronte alle sfide del nuovo millennio. La costruzione dell’apparato UE parte dalla CECA e arriva fino al Trattato Costituzionale, passando per l’unione monetaria (UEM). Tutte tappe indispensabili per consolidare la sinergia tra gli Stati e per garantire compattezza all’apparato. L’Unione fa la forza, è vero. Soprattutto quando si compete con superpotenze come America o Cina. Cartina di tornasole dell’indispensabilità dell’UE è stata l’ultima recessione mondiale. Durante la fase più buia della crisi, l’euro ha retto alla tempesta finanziaria. Secondo Otmar Issing (primo chief economist nella BCE) “la crisi dei mutui è stata limitata nella UEM perché grazie all’euro non ha potuto danneggiare i mercati valutari, a differenza di quel che accadde nel 92-93, quando saltò il sistema degli accordi europei di cambio”(SME). Stati come l’Italia o la Grecia, senza le stampelle dell’Unione europea, sarebbero crollate su se stesse. Certamente la mannaia della crisi ha colpito tutti i paesi dell’Unione ed oggi, nonostante una lenta ripresa, si pagano ancora le conseguenze. Con due spauracchi da brivido: la crescente disoccupazione, che nel 2009 ha toccato il picco massimo degli ultimi dieci anni con il 9,5%, e il debito pubblico alle stelle, visti gli ingenti piani d’aiuto statali. A fronte delle difficoltà imposte dalla contingenza, Bruxelles ha prorogato, per alcuni paesi, il rientro del deficit. Se l’Italia, con un deficit al -5,3% previsto per il 2010, dovrà scendere sotto la soglia del 3% entro il 2012, paesi come Francia, Spagna o Inghilterra, che navigano in alto mare, dovranno rientrare entro il 2013-2014.

Se l’UEM ha rappresentato una tappa decisiva dal punto di vista economico, altrettanto è stato il trattato di Lisbona per la politica. Pietra angolare del sistema politico europeo, il trattato di Lisbona, approvato nel novembre 2009, ha sbloccato quel processo di riforme necessarie per uscire dal pantano in cui l’Europa si era fermata. Tra le novità: la carica di Presidente del Consiglio europeo durerà in carica 2 anni e mezzo, rinnovabili una volta, e non sarà più né di sei mesi nè a turno tra i primi ministri degli stati membri. Inoltre, l’accordo di Lisbona introduce una nuova carica, quella di Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, fondamentale per garantire compattezza in politica estera. Ma la svolta decisiva sta nell’aver abbandonato la politica del veto, che imponeva l’unanimità per qualsiasi decisione, a favore di una maggioranza qualificata. In pratica, per tutte le delibere, questo meccanismo tiene conto non solo della maggioranza degli Stati membri, ma anche di quella della popolazione europea.

I ritardi degli investimenti in nuove tecnologie, nella ricerca, nell’innovazione fanno si che oggi l’Europa soffri di improduttività. A fare il palo con tali disfunzioni è il fatto che i cittadini europei lavorano in minor numero e per minor tempo rispetto, per esempio, alla popolazione americana. Solo il 40% degli over-55 è occupato in Europa, rispetto al 60% Usa e al 62% del Giappone. Questo nodo è ormai improcrastinabile, va affrontato con urgenza. Nonostante ciò, con 485 milioni di abitanti, il blocco europeo è la prima potenza commerciale e la prima potenza finanziaria (70% dei flussi di capitale globale). L’Unione è prima della classe anche nel contrastare il crescente rischio dell’effetto serra. La politica del 20-20-20 ne è la prova: gli Stati membri, entro il 2020, dovranno impegnarsi a tagliare del 20% le emissioni di gas serra, a garantire il 20% in più di efficienza energetica e a  ricavare il 20% del totale dell’energia da fonti rinnovabili.

L’Europa unita guarda al futuro con la consapevolezza che oggi un rinnovamento è inevitabile. È in gioco il futuro di un’intera comunità.

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L’IMPORTANZA DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

11 dicembre 2009

A tutti appare evidente la multietnicità che ormai caratterizza il nostro paese. Tutti noi intravediamo la moltiplicazione di colori e di linguaggi che trasforma le nostre città. Frutto di un processo d’immigrazione, la pluralità di popoli presenti sul territorio italiano è un dato di fatto. Con 4,5 mlni di immigrati regolarizzati, circa il 7,2% della popolazione totale, l’Italia si piazza al terzo posto tra i paesi europei col più elevato tasso d’immigrazione, preceduta solo da Spagna e Germania. Senza tener conto di quella parte invisibile di popolazione clandestina che vive senza diritti né aspettative, trascinata nel baratro della criminalità, talvolta per sopperire a bisogni primari, come la fame.

Un’analisi che focalizzi l’attenzione sui paesi dai quali derivano i flussi può aiutare a comprendere il problema. Dalla Romania, Albania e Marocco arriva la percentuale più elevata di immigrati, ma tante sono le comunità presenti sul nostro territorio: da cinesi a ucraini, da polacchi a filippini. Rimane poi quel 10% che arriva, attraverso il canale di Sicilia, dalle zone più disastrate dell’Africa, da paesi falcidiati da guerre interminabili. In che misura il governo italiano cerca di contenere tale fenomeno? In Italia, le politiche del governo Berlusconi, guidate dalla Lega, inquadrano l’immigrazione nel contesto della normativa sulla sicurezza, etichettando l’immigrato come criminale. Ma l’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico; è in primis un fatto culturale e sociale che va affrontato con politiche adeguate. Ma l’imperizia del governo non spinge certo verso l’integrazione.  L’8 Agosto 2009 entra in vigore, inserito nel ddl sulla sicurezza, il reato di clandestinità che prevede, per gli stranieri presenti illegalmente in Italia, una multa da 5 a 10mila euro, l’espulsione e il carcere fino a 4 anni per chi torna nel nostro paese clandestinamente. Il 30 Agosto 2009 il governo italiano stipula un accordo con la Libia del colonnello Gheddafi: l’Italia si impegna a risarcire circa 5 mldi di dollari in 25 anni e a finanziare la costruzione di un’autostrada su  tutta la costa libica. Il tutto per riparare ai danni del periodo coloniale italiano dal 1911 al 1943. Bloccare i migrantes che partono dalla costa libica è il compito di Gheddafi. Inizia la politica dei respingimenti: gli immigrati, dopo aver speso una fortuna per il viaggio e messo a repentaglio la propria vita, si vedono rinchiusi nelle carceri libiche in condizioni disperate, sottoposti a maltrattamenti. E difatti, le iniziative del governo vengono silurate sia dall’UE che dall’ONU. Esse si rivelano una vera débacle, poiché diffondono sentimenti razziali nel paese, ma non risolvono la questione in maniera adeguata. La “linea dura” adottata dal ministro dell’Interno Maroni non è che pura demagogia. La maggior parte degli immigrati arriva in Italia non con viaggi di fortuna, ma con un semplice visto turistico o d’altro genere, trova lavoro e aspetta l’immancabile sanatoria che ogni due-tre anni consente di regolarizzarsi. Alzare le dighe contro i flussi serve a ben poco, soprattutto se si tiene conto che gli immigrati contribuiscono con il 9,5% del PIL alla nostra economia. Una quota decisamente indispensabile.

Interprete di una linea più “morbida” si è fatto il presidente della Camera Fini che per favorire l’integrazione propone di concedere il voto amministrativo agli immigrati regolari e velocizzare il processo di cittadinanza per quella seconda generazione d’immigrati che è nata in Italia e che ha svolto un adeguato ciclo di studi. Ma nel nostro paese circa il 40% della popolazione sostiene le politiche razziste della Lega, proprio perché percepisce lo “straniero” come nemico, come pericolo per la propria sicurezza. Certo l’integrazione è un fenomeno bilaterale e prevede che anche l’altra comunità eviti di creare intorno a sé un alone di sospetto (vedi ROM o musulmani). Ma quando la “diversità” viene interpretata come sinonimo di pericolosità, si blocca quel processo d’integrazione tra culture differenti che, se realizzato, trasformerebbe l’immigrazione da “problema” in risorsa. Il sistema politico di un paese ha il dovere di guidare tale processo e ha il compito di evitare quei conflitti interculturali e interreligiosi che consentono la radicalizzazione di forze xenofobe e fondamentaliste che interpretano l’alterità come valore negativo e destabilizzante.

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LA CINA VISTA DALL’ITALIA

11 dicembre 2009

 

Non si può comprendere a pieno l’economia globale se non si tiene conto della Cina. Per il ruolo che essa svolge, per il peso che è destinata ad avere in futuro. La Cina cresce, si moltiplica non solo demograficamente. Il suo sviluppo economico, dal 2004 ad oggi, ha mantenuto livelli stratosferici: in questi cinque anni, in media, il PIL è cresciuto intorno all’8%. Il superamento dell’egualitarismo sbandierato da Mao ha consentito alla Cina un’apertura verso un’economia di mercato, basata principalmente sulle esportazioni, e questo sistema ha determinato il ruolo di superpotenza economica che oggi la Cina detiene. Proprio il gigante d’oriente, nell’ultima bufera finanziaria, ha rappresentato un salvagente per l’intera economia mondiale, eludendo la possibilità di un tracollo finanziario.

Nel gioco degli interscambi commerciali quasi tutti, in vario modo, hanno beneficiato del boom economico cinese. La Germania, ad esempio, in questi ultimi anni, si è garantita il primato nelle esportazioni proprio perché ha “sfondato” nel campo delle tecnologie avanzate sul mercato cinese. Oppure l’America, che si è vista finanziare il debito pubblico per circa 800 mldi di dollari proprio dalla Cina, riuscendo così a superare i gravi squilibri di un mercato interno poco affidabile, costretta però a rivedere l’assetto geopolitico mondiale. E l’Italia? È riuscito il bel paese a sfruttare le possibilità del mercato mandarino? Da un rapporto del Comitato governativo Italia-Cina viene fuori che “l’ampliamento del mercato cinese ha messo a fuoco i nodi del sistema produttivo e organizzativo del nostro paese”. L’Italia è in affanno, rispetto ad alcuni paesi europei, nel rincorrere il ghepardo cinese. Di qui la necessità, si legge nel rapporto, di una strategia articolata e multidisciplinare, da sviluppare a livello di “sistema-paese”, attraverso un effettivo raccordo e coordinamento tra Governo, grandi imprese, PMI, banche, assicurazioni, informazione e il mondo della ricerca e dell’università.

Il gap è generato da una risposta inadeguata dell’Italia alle sfide poste dalla crescita del paese asiatico. Le cause vanno ricercate nello scarso insediamento produttivo e nelle ridotte dimensioni delle nostre PMI, nei pochi collegamenti aerei, nel fatto che la struttura produttiva italiana, tra i paesi industrializzati, è la più vicina a quella dei PVS.

Se, dunque, gli altri paesi europei possono beneficiare di grandi commesse nel settore della tecnologia avanzata o di investimenti industriali in loco (multinazionali), l’Italia, dove prevale un capitalismo di imprese medie e piccole, presenta in riguardo grosse difficoltà. Il Comitato governativo Italia-Cina suggerisce di promuovere una progressiva aggregazione delle PMI italiane perché le loro dimensioni non consentono di competere su mercati lontani come quello cinese.

Il made in Italy va promosso con una sinergia tra soggetti. Prima di tutto, le  nostre istituzioni potrebbero agire con maggiore efficacia nel sostenere gli imprenditori italiani nell’esplorazione delle opportunità del mercato cinese. Il sistema bancario italiano dovrebbe rafforzare la sua presenza sul territorio cinese e sostenere quei settori di eccellenza riconosciuti dagli stessi asiatici: dal design alla moda, dagli oggetti di lusso al restauro artistico-architettonico. Ma le politiche italiane di protezionismo degli ultimi anni hanno mirato in tutt’altra direzione. Per un lungo periodo non si sono percepite le potenzialità di un accordo, ritenendo piuttosto di poter risolvere, a colpi di dazi, l’avanzata cinese. Per fortuna, in un mercato come quello asiatico, non è mai troppo tardi. E allora, è giusto sostenere la partecipazione italiana nei settori della tecnologia avanzata in Cina oppure promuovere adeguatamente l’offerta turistica italiana in modo da far conoscere i prodotti italiani, attraverso i flussi turistici. Si può considerare l’istruzione come un investimento, garantendo un maggiore interscambio culturale tra studenti cinesi e università italiane. Sono necessarie sia la presenza italiana in Cina che quella cinese in Italia. La cooperazione, attraverso forme e approcci adeguati, con le comunità cinesi in Italia è fondamentale.

Al di là delle sue contraddizioni, la Cina, terza potenza mondiale, rimane una grande opportunità per l’Italia. Speriamo che l’industria italiana se ne accorga non troppo tardi.